Quando la storia di una fotografia termina di essere raccontata 18 anni dopo

Ho già avuto modo di scrivere riguardo questo scatto, che tutto il mondo conosce. Senza titolo-1

Voglio invece raccontare il seguito, perché qualcuno è andato a cercare quella bambina 18 anni dopo. Alberto Rojas, fotografo spagnolo e incarico da El Mundo (giornale spagnolo) è volato fino in Sudan per trovare il soggetto della famosa foto di Kevin Carter, “Bambina in agonia”, scattata nel 1993. La foto non ha bisogno di presentazioni, e simboleggia in maniera ben più forte di qualsiasi parola la drammaticità della situazione africana, devastata dalla fame e distrutta dalla siccità.  Al tempo della foto, il fotografo fu duramente criticato. La foto vinse il premio Pulitzer nel 1994, ma poi Carter si suicidò scrivendo che non poteva più vivere pensando alle fotografie che aveva scattato. Aveva 34 anni. “Perchè, invece di fotografare, non aiutò il bambino in difficoltà?”. El Mundo, per dare la risposta a questa domanda, ha prima analizzato la foto in profondità, e poi ha spedito Alberto, in Sudan. La creatura nella foto porta sulla sua mano destra una polsiera di plastica della locale missione Onu, installata in quei giorni. Se si osserva la foto in alta risoluzione si può leggere, scritto in lettere azzurre, il codice “T3″. Ed ecco la rivelazione: il fotografo non scappò via lasciando il bambino al suo destino, tutt’altro. Carter fu criticato per non aver aiutato il bambino e il mondo lo diede per morto proprio perchè Carter non lo aveva visto morire, scattò la foto e se ne andò pochi minuti dopo. La realtà è che era già registrato presso la missione Onu, nella quale lavoravano infermieri francesi della Ong Medici del Mondo. Florence Mourin coordinava il lavoro in quell’ospedale improvvisato: “Si usavano due lettere: “T”, per la malnutrizione severa, ed “S”, per chi necessitava solo alimentazione supplementare. Il numero indica l’ordine di entrata al centro di nutrizione”: Così, il bambino fu il terzo ad entrare nel centro, sopravvisse alla carestia, all’avvoltoio e ai peggiori presagi dei lettori occidentali. Alberto così andò In Sudan alla ricerca del bambino di Ayod ma non lo trovò. “Con la possibilità che il bambino di allora fosse ancora vivo, abbiamo viaggiato verso Ayod dopo 18 anni per ricostruire la storia di quella fotografia. Dopo varie indagini con decine di abitanti della cittadina, una donna chiamata Mary Nyaluak ci diede la prima pista sul destino della misteriosa creatura. Era un bambino, e non una bambina. Si chiamava Kong Nyong, e viveva fuori dall’abitato. Dopo due giorni, abbiamo rintracciato la famiglia del piccolo, il quale padre ha identificato il bambino e ha confermato che si rimise dopo la denutrizione, ma morì quattro anni dopo di febbre”. Caro Kevin, ora giustizia è fatta.

Informazioni su Andrea Torinesi


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