Selfie… Essere e NON Essere il soggetto

…credo sia una forma nuova di relazione sociale possibile, caratterizzata proprio dalla condivisione del proprio essere con gli altri, non realisticamente, quanto invece in forma di “simulacro”, scelto dal soggetto prima di essere messo in rete. Lo scatto è e, allo stesso tempo, non è il soggettoIl mostrarsi diventa quindi come si vuole che ci vedano gli altri. L’apparenza diventa una realtà di tipo specifico, cioè un “simulacro”, come le statue degli Dei nel mondo antico.

Il processo di socializzazione, attuato attraverso la famiglia, la scuola, il gruppo di amici, ci ha trasformato da esseri individuali a esseri sociali. Questo per il bisogno di condividere valori, prospettive, visioni del mondo. Ma oggi ciò non basta più poichè l’essere sociale sta mutando completamente, sia per nuove conoscenze acquisite in tempi sempre più rapidi, sia perchè certi ruoli sociali sembrano opprimerci. Da qui nasce il bisogno di allargare i propri confini soggettivi, predeterminati culturalmente. Nell’incontro di due o più individui l’aspettativa non è conoscere un altro essere sociale quasi identico a noi ma tanti altri individui con cui scambiarsi anche in maniera ardita informazioni, stati d’animo, orientamenti. Il social network svolge proprio questa funzione. Tutto ciò indirettamente porta alla costruzione di nuovi individui sociali. Questa costruzione pero non è altro che una rappresentazione e raramente essa può materializzarsi cosi come noi la intendiamo nella realtà. Allo stesso tempo, il social network permette ai singoli di entrare ed uscire, o almeno questa è l’illusione che genera, e di restare singoli individui e individui collettivi, il che è una contraddizione in termini. Ecco perchè in questi luoghi noi presentiamo simulacri di noi stessi nascondendo tutto il nostro essere. Tuttavia, quanto meno sono solide le nostre basi culturali, tanto più sarà facile lasciarci trascinare dalle correnti dei social network.

Solo apparentemente si tratta di aspetti intimi, quanto invece di rappresentazioni di una parte del nostro essere reali. I selfie sono di fatto pose costruite in contesti autentici che facciamo sembrare ciò che viene trasmesso e condiviso una realtà anch’essa costruita ad hoc. Consapevole o meno di ciò, per il soggetto l’importante è che egli sia presente agli occhi altrui in una qualsiasi forma, ma che sempre deve seguire certi codici e norme. Diverso è il discorso sul mondo virtuale che, consapevolmente o meno, viola quelle regole, come le chat erotiche e altri luoghi simili.

E’ la contraddizione più evidente della nostra società, in cui la rappresentazione e concretezza convivono. Cosi come la valorizzazione della propria singolarità, da difendere con la privacy, coesiste con l’apparenza del proprio essere sociale. Di fatto, si tratta di due luoghi e tempi diversi che convergono e si dividono a seconda dei nostri punti di vista e di ciò che ci interessa in un dato momento della nostra vita.

Questo metodo di rappresentarsi pubblicamente è un indice complesso e articolato del mutamento che riguarda anche la rappresentazione che abbiamo di noi stessi, ma che ancora deve essere indagata nelle sue componenti.

Che la tecnologia abbia reso più facile l’approccio all’autorappresentazione è indubbio. Ma tutto ciò per essere ben compreso e spiegato ha bisogno di nuovi strumenti in cui dovrebbero fondersi diversi approcci scientifici, da quello psicologico a quello sociologico fino a quello antropologico, perchè anch’essi intanto stanno mutando, altrimenti perdono di significità se utilizzati singolarmente. Insomma gli smartphone non bastano a giustificare il fenomeno.

Con questo tipo di rappresentazione si vogliono costruire simulacri, cioè elementi statici che possano essere, per cosi dire, adorati per ciò che sono: singolarità specifiche della nostra soggettività, non implicanti il nostro intero essere o parti rilevanti di esso che si potrebbero cogliere nel movimento. Quando si sarà consapevoli che oltre allo scatto singolo anche col movimento si puo rappresentare l’apparenza, ma con una regola più complessa e coscientemente razionale, allora conviveranno immagini statiche e in movimento. Tutto si farà pur di essere nel mondo, dando un particolare significato all’individuo e al suo essere

 Mauro Antonio Fabiano docente di sociologia nella facoltà di Medicina e Psicologia dell’università Sapienza di Roma

da Fotocult Maggio 2014

Informazioni su Andrea Torinesi


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