La fotografia è un negozio

I recenti avvenimenti legati agli attentati terroristici o alle migrazioni di intere popolazioni che scappano dalle guerre sono stati narrati da centinaia di scatti. Alcuni di questi sono già tristi “icone”. Hanno sconvolto il mondo e forse qualcuno di questi ha anche risvegliato le coscenze fino ad arrivare a smuovere i potenti della terra (o almeno alcuni). Strategia politica o sentimento? Sono un romantico ma non un ingenuo.

Lungi da me voler scrivere un post legato a queste “patologie” del nostro mondo e del nostro tempo e sperticarmi in analisi di  cui la stampa e la tv sono ormai piene zeppe. Vorrei affrontare il tema solo dal punto di vista “filosoficamente fotografico” in quanto l’immagine è parte integrante della nostra vita, conviviamo in modo passivo con le immagini che ci passano davanti agli occhi nostro malgrado ma anche in modo attivo con quelle che noi stessi generiamo e condividiamo (per esempio attraverso i social).

Siamo consumatori e produttori di immagine allo stesso tempo.

Quando siamo produttori vorremmo che tutti le vedessero, le commentassero… quando siamo consumatori invece siamo nettamente più superficiali. Senza voler parlare delle foto pubblicate sui social network, che meriterebbero uno spazio di riflessione tutto loro, in generale pensiamo basti poco per afferrarne il senso o almeno crediamo che sia così. Raramente si cerca di andare oltre quello che è ciò che l’immagine comunica superficialmente. Basta riflettere su quanto tempo dedichiamo ad una immagine, per esempio di una rivista o di un cartellone pubblicitario.

Tornano alla questione “icone” dei nostri giorni, un esempio recente è quella del bimbo morto sulla spiaggia turca. Il suono nome era Aylan.

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Il contenuto di questa foto, espresso in modo cosi immediato, è enorme perchè non è solo prova e testimonianza della tragedia in sè ma è anche una storia ben più lunga che non nasce e non finisce su quella spiaggia. Ha implicazioni storiche, oltreché raccontare in modo cosi semplice, una tragedia umana. Il vedere la morte di un bambino schiaffata in faccia in modo cosi violento, lascia il segno. Noi tutti ci relazioni con questi eventi, basta che ci fermiamo a pensare al tasso di mortalità infantile in Africa o nelle zone povere del mondo. Anche i social spesso riportano storie commoventi di bambini scomparsi per malattia o incidenti.  Ma saperlo è diverso dal vederlo. E questa icona ci mette di fronte alla realtà, la mostra in tutta la sua violenza.

E questo scatto è come una vetrina che mostra le “cose” di un negozio: osservi attraverso il vetro, poi entri e trovi molto di più, compreso persone e esperienze (vita). E più giri nel negozio e più trovi “cose”. Questo scatto è quello che vuole essere e quello che vuole dire, quello che è evidente, appunto come una vetrina, ma al suo interno c’è tanto altro. Sta a chi la guarda decidere se entrare nel negozio o accontentarsi di vederlo da “fuori”, attraverso un vetro. Insomma, c’è chi entra e c’è chi resta fuori, magari commentando quel che vede per poi proseguire nello shopping, dimenticandosi tutto già al negozio successivo.

Posto qui di seguito un’altra foto, affiancata a quella sulla spiaggia, di Aylan: la foto di sinistra è presa in un altro momento, certamente più felice (Aylan è alla destra di suo padre). Ecco cosa porta con se la fotografia. Ti puoi accontentare o puoi andarci dentro. Puoi cercare un passato, puoi cercare una storia, puoi cercare un senso (magari anche della vita stessa). Le metti insieme, le affianchi e prendono una forma complessa. Il tempo passato e il presente si toccano e se lo vogliamo c’è tanto da capire e un cosmo da approfindire. Potremmo aggiugere altri scatti e la timeline si allungherebbe all’infinito. Questi due scatti attestano tante cose: ci mostra come si può essere ignari e inconsapevoli di essere indifesi. A distanza di un centimetro (fra le due foto, Aylan a destra e a sinistra) c’è la vita e la morte. Cosi vicine…..

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Un altro esempio, ma questa volta lo faccio al contrario, è questa foto sotto. Forse si sarà già capito di cosa si tratta:

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Si tratta del Bataclan di Parigi. Il locale è in festa come spesso accade credo. Non so quando sia stata realizzata  ma non in un lontano passato, quando ancora non si poteva immaginare che il terrorismo avrebbe colpito in modo cosi efferato proprio li. E’ una fotografia che ha un carattere documentale, certamente non è un’opera d’arte ma descrive il luogo cercando di mostrarne la “vitalità”. E’ una foto che interessa poco, nel senso che puo interessare chi in quel locale ci deve andare per vedere come è fatto o interessa chi l’ha pubblicata su FB perchè quella foto l’ha scattata o per dire “io ci sono stato”. Una foto che è destinata a restare nella rete e fare la sua fugace comparsa qualche volta e solo per pochi secondi. Ma anche questa acquisisce un valore immenso quando la storia determina che in quel luogo è successo qualcosa e quindi in quel preciso momento, diventa un documento importantissimo. Quando la guardi affiancata a questa sotto, allora diventa fondamentale per capire, ricostruire, immaginare.

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Queste due immagini messe insieme approfondiscono la storia. E questa storia collega passato, presente e futuro, rendendole senza tempo e facendo si che il passato tocchi il presente e ci faccia immaginare addirittura un futuro. La crudezza di questa immagina lascia senza parole. Quello che vediamo possiamo essere noi prima e dopo. Quello che vediamo non sono più semplici immagini: è la voce della vita e della morte…. sono vicine, dannatamente vicine… in mezzo nessun tempo.

Ma non è ancora finita…. perchè esistono le assonanze, quando qualcosa sembra qualcos’altro. Qui sotto aggiungo alla foto del Bataclan, una seconda foto: la più nota e tra le più sconvolgenti immagini del massacro di 147 studenti in una scuola di Garissa, in Kenya, il 2 aprile scorso, ad opera di macellai islamisti. Le due immagini si somigliano. Suonano allo stesso modo ed è una musica funebre. Sono di una violenza assurda ma non tanto assurda quanto la follia di chi ha sparato. In nome di quale Dio puoi fare questo?

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La fotografia ha questa forza…. luoghi diversi, momenti diversi eppure tutto cosi simile. E con essa, puoi vedere che la vita è vita ovunque tu sia, vicino o lontano non importa. E cosi pure la morte. Che quello che succede altrove non è diverso da quello che succede a casa. Che una vita nasce, cresce e muore nello stesso tempo. Che puoi chiudere tutto in un cassetto ma a volte questo “tutto” ritorna per narrare sempre nello stesso modo  quello che è stato. Il contenuto non cambia, non svanisce, non scompare. Resta sempre li.

La storia si ripete e la fotografia mostra questo e tanto altro. Ne mostra i tratti, i contenuti, i principi, la forma. E’ un documento violento a volte, sfacciato e senza pietà. Ha molto dentro di se, dovremmo imparare ad osservarle meglio e a rispettarla. Una fotografia è un contenitore, non una cosa piatta senza tridimensionalità da farsi passare davanti per 5 secondi. E’ un libro profondo, che narra le cose con parole a volte durissime, immediate. E’ un potente strumento per ricostruire e analizzare, per confrontare, per scoprire cose, per non dimenticare.

Di nuovo la vetrina, di nuovo il negozio. Esso può vendere cose diverse, o cose simili, possono essere vicine fra loro o possono starsene da sole in uno spazio. Ma quello che conta non è la vetrina ma sempre quello che il negozio vende e se vuoi prendere qualcosa che ti sia utile, dentro devi andare.

La fotografia ci insegna a non essere superficiali anche se è essa stessa a volte è causa di superficialità. Ci insegna a guardare dentro. Ci guarda, ci osserva e vede le nostre reazioni….. quasi fosse viva… e diventa cosi uno specchio che ci mostra null’altro se non noi stessi. Quello che è dentro il fotogramma siamo sempre e solo noi…. vivi o morti non importa, almeno alla Fotografia… lei deve solo raccontare qualcosa di te a te.

Informazioni su Andrea Torinesi


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